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Didattica

La scrittura della coreografia: segreti per trasmettere tecnica e passione attraverso la didattica

📅 28 Agosto 2026✍️ di Gabriele Novaretti⏱️ 6 min di lettura

Scrivere una coreografia, per me, significa trasformare intenzione e ritmo in istruzioni chiare che un gruppo può imparare in tempi rapidi senza perdere il gusto dell’interpretazione. Dopo otto anni tra Milano e Roma nei musical e tante piccole compagnie, ho capito che la differenza non la fa solo il passo giusto: la fa la scrittura, cioè come organizzi, nomini e trasmetti quei passi. Dal 2018 porto questo metodo nei laboratori di danza moderna per adulti e adolescenti: qui racconto cosa funziona davvero in sala e quali errori tagliano le gambe alla passione.

Dal taccuino al corpo: come costruisco la frase

Quando apro un numero nuovo, parto da tre domande: cosa voglio far sentire, cosa voglio far vedere, quanto tempo ho per insegnarlo. Segno su un taccuino blocchi da otto tempi, ma non penso a “mosse”. Penso a verbi: spingere, tirare, tagliare, sospendere. Ogni verbo ha una direzione, un peso e un respiro.

Per esempio, in una sequenza swing a 140 bpm, ho scritto: “spingere in avanti (2), tagliare a destra (2), sospendere alto (2), rientrare basso (2)”. Poi traduco in corpo: un passo ball-change “spinto”, un taglio d’anca, un jeté breve in sospensione, un rientro in plié. Conservo i verbi iniziali nella mia scheda: mi serviranno quando il gruppo perde il fuoco tecnico ma ha bisogno di riagganciare il senso.

Mi è capitato di recente con un gruppo serale misto: tutti sapevano i passi, ma l’energia si era appiattita. Ho ripreso i verbi: “Qui non balliamo ‘tre passi e un calcio’, qui tagliamo l’aria e poi la sospendiamo”. In due ripetizioni l’accento è tornato. La scrittura, se è chiara, è una bussola quando il tempo stringe.

Lessico condiviso in sala: contare, nominare, mostrare

Contare serve, ma non basta. Io uso tre canali insieme: numeri, parole-chiave e dimostrazione. I numeri mettono tutti sullo stesso binario; le parole-chiave (spingere, sospendere, tagliare) danno qualità; la dimostrazione accende i Neuroni specchio, e il gruppo copia non solo la forma, ma anche micro-tempi e intenzioni.

Per evitare caos, stabilisco un lessico minimo all’inizio: alto/medio/basso; avanti/indietro/diagonale; chiuso/aperto; dentro/fuori. E scelgo subito il sistema di conteggio (1-e-2-e o 1-&-2-&): cambiare a metà lavoro crea buchi di memoria.

Mostro sempre con la musica originale e con un click più lento. Se qualcuno si perde, non fermo l’intera sala: isolo il dettaglio su chi ha bisogno, mentre il resto continua a marcare. Così mantengo temperatura emotiva e concentrazione.

Strumenti di notazione: dal video alla Labanotation

La tecnologia è un’alleata se la usiamo con criterio. Registro brevi clip verticali: uno slow senza musica, uno con click, uno con musica. I file li nomino “S1_8-1_lento”, “S1_8-1_musica”, così chi riceve sa dove mettere le mani. I video non sostituiscono la sala, ma aiutano a fissare i dettagli quando la memoria cala.

Sulla carta preparo una “scheda frase” con quattro righe: tempi, azione (verbo), direzione, qualità. A volte aggiungo simboli semplificati ispirati alla Labanotation per livello (alto/medio/basso) e direzione del tronco. Non pretendo che tutti li imparino: mi basta che la mia scrittura sia coerente, così posso trasferirla identica a supplenti o assistenti.

Con le compagnie piccole è vitale avere un duplicato: un assistente con note speculari. Se salto una prova, la coreografia non si ferma perché la “scrittura” non è nella mia testa soltanto.

Didattica emotiva: passione, ritmo e sicurezza

La tecnica vola quando l’emozione è guidata. Insegno la “nota emotiva” insieme al passo. Dico: “Questo otto è un annuncio, questo è una risposta”. Il gruppo capisce subito il perché degli accenti. La passione prende forma nel ritmo, non fuori dal ritmo.

Sulla sicurezza sono inflessibile: scaldo polsi e caviglie prima di ogni sequenza con giri controllati e trasferimenti di peso. Evito di inserire salti a freddo: se la frase li prevede, ne preparo la meccanica un otto prima, con rimbalzi morbidi e appoggi chiari. L’eleganza nasce da atterraggi silenziosi, non da salti alti e rumorosi.

Un lettore mi ha chiesto: “Come insegni una diagonale rapida a un gruppo misto?” Risposta: spezzetto in micro-cellule 2+2+4, imposto un conteggio “e-uno” sugli appoggi e un “parola-cue” per l’accento (“taglia!” al 3). Faccio provare la diagonale senza rotazioni, poi aggiungo il giro solo quando la qualità sugli appoggi è stabile. In cinque minuti il gruppo avanza insieme, e la diagonale smette di sembrare un inseguimento.

Errori tipici da evitare

  • Inserire troppi elementi nuovi nello stesso otto: meglio qualità su meno passi che confusione su tanti.
  • Cambiare conti o nomi in corsa: il lessico è un contratto, non un appunto volante.
  • Dare dieci correzioni in una volta: tre focus per giro bastano (appoggio, direzione, respiro).
  • Trascurare i livelli musicali: se tutto è forte, niente è forte; servono piani sonori e dinamici.
  • Non definire le diagonali: senza traiettoria condivisa, la figura si sforma e il palco si stringe.

Checklist operativa per la prossima prova

  • Scrivi la frase in blocchi da 8 con verbi-azione e direzioni.
  • Decidi subito conteggio e lessico base (alto/medio/basso; avanti/diagonale/indietro).
  • Registra tre clip: lento, click, musica. Nominali in modo univoco.
  • Stabilisci la “nota emotiva” per ogni blocco (annuncio, risposta, sospensione).
  • Pianifica correzioni in tre focus per giro.
  • Affida a un assistente la copia speculare della scheda.

Caso reale: numero d’insieme con tempo contato

In una produzione romana, il regista mi ha chiesto un finale corale in tre giorni: 18 persone, spazio stretto, musica sincopata. Ho scritto quattro blocchi da otto, con verbi e direzioni chiare, e ho scelto un conteggio “1-e-2-e”. Primo giorno: ho insegnato solo due blocchi, ma con le note emotive (“annuncio” e “risposta”) e i piani alti/medi/bassi. Secondo giorno: ho inserito i giri, dopo aver consolidato gli appoggi. Terzo giorno: ho curato le dinamiche respirando insieme al gruppo negli accenti forti. Il venerdì sera il finale reggeva non perché era perfetto, ma perché tutti sapevano cosa stavano dicendo con il corpo. La scrittura aveva tenuto compatta la nave.

Musica, respiro, silenzi: quello che non scriviamo ma conta

Il silenzio tra un accento e l’altro spesso vale più della mossa successiva. Lo tratto come materiale: lo segnalo nelle note (“sosp.”) e lo provo a secco. Sul respiro sono letterale: chiedo un’uscita d’aria sull’accento e un inspiro nel recovery. Quando il gruppo respira insieme, il tempo interno si allinea e la coreografia prende corpo senza urlare.

Concludendo: mettere la coreografia in mano a chi la balla

La scrittura efficace non è un vezzo da maniaci dell’ordine: è il modo più rapido per far brillare un’idea dentro limiti reali di tempo, stanchezza e palchi piccoli. Se domani entri in sala, prova così: scrivi i verbi prima dei passi, scegli il conteggio e non tradirlo, usa video corti e chiari, lega ogni blocco a una nota emotiva, correggi in tre fuochi. Vedrai la tecnica salire e la passione affiorare dove serve: nel ritmo, nello sguardo, nel silenzio che prepara l’accento. È lì che la didattica smette di essere burocrazia e diventa spettacolo vivo.

Gabriele Novaretti

Gabriele ha trascorso otto anni come ballerino di musical tra Milano e Roma, curando coreografie per piccole compagnie teatrali. Dal 2018 tiene laboratori di danza moderna per adulti e adolescenti, avvicinando molti alla scoperta dello spettacolo dal vivo con recensioni e reportage appassionati dai backstage.